Eolie Hollywood …Stromboli vs Vulcano sessanta anni fa

stromboli_piscitelli.jpgCon molto piacere mi permetto riportare un articolo apparso su ” La Stampa.it ” a firma del direttore Marcello Sorgi , l’articolo mi ha particolarmente colpito per la cura dei particolari, quasi da far vedere i due set delle due meravigliose isole ” Stromboli ” e ” Vulcano “. Piccola nota simpatica ….Stefano il pescatore non abituato alle scarpe a Roma …da vedere . Grazie Direttore Sorgi da parte di chi ama le Eolie , chi ama Stromboli e Vulcano , che conosceva la situazione Rossellini , Magnani, Bergman ma non con i particolari da Lei riportati .

Sessant’anni fa, tra l’estate del 1948 e quella del ’49, uno scontro titanico tra due vulcani risvegliò d’improvviso la vita sonnolenta delle isole Eolie. Il piccolo arcipelago siciliano non era, come oggi, meta di turismo di massa e luogo d’approdo del jet-set, che sbarca da esagerati yachts e navi da diporto. Erano sette isole abbandonate da Dio e dal mondo, visitate a giorni alterni da vecchie carrette che vi scaricavano generi di prima necessità, e utilizzate fino a qualche anno prima dal fascismo come colonia penale e luogo di confino. Ma i vulcani che si sfidarono tanto tempo fa, non erano lo Stromboli, ancora attivo, né il Vulcano, che lascia traspirare inquietanti fumarole. No, per una stranissima congiuntura del destino, tra le due isole che distano appena una ventina di miglia, scoccò come una scintilla la contesa, per amore dello stesso uomo, tra Anna Magnani, la regina del neorealismo italiano, e Ingrid Bergman, la star tra le più famose del cinema americano, che approdò nelle Eolie direttamente da Hollywood. La follia Una storia del genere, come un film nel film, non sarebbe potuta cominciare senza il contributo della follia siciliana, quel particolare atteggiamento, caro a Leonardo Sciascia, che spinge talvolta gli isolani a lanciarsi in avventure temerarie, e a viverle come un’epica, salvo poi a restarne travolti.

Dunque, Anna Magnani e Ingrid Bergman non sarebbero mai venute alle Eolie per girare contemporaneamente due film quasi uguali, se quattro giovani aristocratici siciliani con il pallino del cinema, del mare e degli sport acquatici, non fossero arrivati lì prima di loro. I quattro erano Francesco Alliata di Villafranca, Quintino Di Napoli, Renzo Avanzo e Pietro Moncada, principi, marchesi, baroni, benestanti. Il più brillante di loro, Alliata, nel ’46 era appena tornato dalla guerra che aveva fatto, tutta, nel battaglione cinematografico, filmando con la sua preziosa Arreiflex scene di combattimento che sarebbero diventate pezzi di storia. Di qui l’idea di fondare con i suoi amici, che ne furono entusiasti, la «Panaria film», una casa di produzione che prese il nome dall’isola di Panarea, e dedicarsi appunto a fare delle Eolie un set naturale. Giovani, belli, allegri, spensierati e dotati delle amicizie migliori in Italia e nel mondo (a vederli girare verranno Giulia Maria Crespi e Giovanni Sartori, Herbert von Karajan con la moglie, Renoir verrà arruolato per uno dei loro film, «La carrozza d’oro»), i quattro sono tipi che non s’accontentano. Vogliono fare qualcosa di speciale, e unendo alla cinematografia la passione per la pesca subacquea (sport, nuovo, ancora per neofiti), s’inventano le riprese sott’acqua. Dentro un’enorme scatola di metallo legata a pesi di piombo per facilitarne la discesa negli abissi, collocano la Arreiflex e girano il loro primo documentario, «Cacciatori sottomarini». Poi, uno tira l’altro, fino al primo film. Qui diventa fondamentale il ruolo di un altro dei fondatori della «Panaria film», Renzo A- vanzo. Avanzo era cugino di Roberto Rossellini, la cui moglie, Uberta, era sorella di Luchino Visconti. Così i giovani aristocratici siciliani incontrano l’aristocrazia cinematografica italiana del tempo. Insieme, in due salette attigue di via Panisperna a Roma, vengono montati «Cacciatori sottomarini» e «Paisà», il film-monumento del neorealismo. La sera, dopo una giornata di lavoro, siciliani e romani vanno a cena insieme – i quattro ormai felici di essere approdati a Roma, nell’ambiente di Cinecittà, e Rossellini che sta con Anna Magnani -, in breve diventano amici. E una sera di settembre, chiacchierando, nasce l’idea di fare un film a Vulcano, la storia di una donna eoliana che, portata in «continente» con una falsa promessa e avviata alla prostituzione, torna nella sua isola e fatica a farsi accettare soprattutto dalle donne. L’entusiasmo Sono tutti entusiasti.

I quattro della «Panaria film» mettono a disposizione, oltre che i mezzi (la sola scrittura della Magnani costerà quaranta milioni di lire del ’48!), il know-how, e si dicono sicuri di convincere la popolazione locale a recitare sé stessa. Con i nuovi amici romani, lavorano al soggetto e alla sceneggiatura. Si va e si viene dalle Eolie per i sopralluoghi. Ma all’improvviso, il dramma: Rossellini sparisce, la Magnani è pazza per l’abbandono, nessuno del gruppetto di via Panisperna è in grado di spiegare cosa è successo. Finchè dopo mesi, e siamo già alla primavera del ’49, un ritaglio di un giornale americano rivela la presenza del famoso regista italiano a Hollywood, al fianco della Bergman. Era stata lei, a scrivere al regista senza conoscerlo. Una lettera di poche righe, infilata in una busta con su scritto «Rossellini, Roma». La lettera aveva vagato per settimane, finchè uno di quei postini meticolosi che non si trovano più, l’aveva recapitata in via Panisperna. Rossellini, leggendola, aveva perso la testa. E benché la Bergman, a quanto pare, gli scrivesse solo per manifestargli la sua ammirazione come artista, non aveva saputo resistere ed era corso in America per conoscerla. Alla «Panaria» era rimasto il progetto incompiuto del film «Vulcano», gli onerosi contratti già firmati per realizzarlo e la Magnani da consolare. Ma i quattro non si persero d’animo: su consiglio della «United artists», reclutarono un regista americano di origine tedesca, William Dieterle (soprannominato «Dhitler» sul set, per il rigore con cui conduceva le riprese), e partirono per le Eolie. I preparativi erano ancora in corso, la Magnani, ispirata dal progetto, pareva riprendersi a poco a poco dalla sua delusione, quando irruppe un’altra cattiva notizia: Rossellini, ormai perso d’amore, era sceso a Stromboli con la Bergman e con il desiderio di realizzare un altro film, guarda caso simile nella trama e nell’ambientazione a quello che aveva appena abbandonato a Vulcano. I ricordi Con la nobile discrezione che lo distingue, il principe Alliata ancora oggi ricorda l’eruzione della Magnani e i racconti di Errol Flynn e Raimondo Lanza, altro stravagantissimo aristocratico siciliano, che si divertivano a fare la spola tra le due isole e i due set, per misurare la temperatura delle due star e sfruculiare il povero Rossellini, straziato dal nuovo amore e dal rimorso. Chi soffrì di più, ovviamente, fu la Magnani: la sua interpretazione, giudicata troppo enfatica dai critici, secondo Alliata dipendeva anche dal fuoco della gelosia che le ardeva dentro. Era molto puntuale sul set, assolutamente disciplinata con il regista, ma fuori dal lavoro aveva sviluppato una serie di tic. A un certo punto, pretese una guardia del corpo ventiquattrore su ventiquattro per la sua cagna, Micia, e un bastonatore per i randagi (le isole sono piene di cani abbandonati), che provavano a corteggiarla. Così un amico di Alliata, Cesarino Barbera, un palermitano rinomato per la sua pazienza, passava le notti in bianco con un palo in mano per difendere Micia, sulla porta di casa della diva. «Vulcano» e «Stromboli» uscirono quasi contemporaneamente nelle sale e non furono dei gran successi. La Bergman, con gran dolore di Rossellini, s’innamorò di un pescatore strombolano, un certo Stefano, e se lo portò a Roma, dove lui, abituato da sempre a correre a piedi nudi sugli scogli, dovette per la prima volta mettersi le scarpe, resistette pochi giorni e scappò via. Qualche anno dopo (e qualche film dopo), la «Panaria» chiuse. Gran parte del suo patrimonio s’è salvato grazie alla testardaggine del principe Alliata, all’intervento della Cineteca di Bologna e, presto, a un nuovo museo, che a Lipari ne ricorderà l’epopea.

marcello-sorgi.jpgMarcello Sorgi è nato a Palermo nel 1955.
Laureato in legge, comincia a lavorare nel 1973 all’Ora, la testata del pomeriggio del capoluogo siciliano.
Nel 1978 si trasferisce a Roma come corrispondente. Un anno dopo passa al Messaggero e, come inviato, segue vicende di terrorismo al Nord e di mafia al Sud.
In seguito Sorgi diventa cronista parlamentare e con questo incarico viene assunto nel 1986 alla redazione romana de La Stampa. Nel 1989 diventa responsabile del prestigioso quotidiano torinese e nel 1994 è nominato vicedirettore. 

Nel settembre del 1996 inizia a lavorare alla Rai come direttore del Giornale radio.  Due mesi dopo viene nominato responsabile del Tg1 dove si dedica al rinnovamento e al rilancio del telegiornale con l’integrazione di nuove rubriche: Prima di tutto, inserita nell’edizione pomeridiana e Tg1 Libri nell’edizione della notte. Lancia anche una nuova edizione di “Uno Mattina” e inaugura la messa in onda del Tg dei ragazzi, il primo in Italia, premiato con il Telegatto. 
Sorgi lascia il suo incarico in Rai nel giugno del 1998. 
Dal 22 settembre 1998 è direttore de La Stampa.
 

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